C’era una volta il volontario – Così muore il sostegno sociale

 

Tanti appelli da diverse associazioni per trovare persone che vogliono donare tempo Pesano crisi economica, traguardo della pensione in tarda età e pure la burocrazia

 

C’era una volta il volontario, oggi specie in via d’estinzione. Non c’è ambito sociale, sportivo o caritatevole, nel quale non si moltiplichino gli appelli alle persone che vogliano dare una mano, ora per organizzare iniziative culturali per gli anziani ora per assistere nei compiti i bambini. Ma ai richiami diffusi tramite i giornali o col semplice passaparola, in pochi rispondono.
Gli ultimi in ordine di tempo, erano stati gli appelli dell’Auser che cercava volontari per ravvivare l’attività del circolo sociale di via Rinaldo; poi il Quadrifoglio che aiuta i bambini a fare i compiti di pomeriggio e si rivolgeva a persone, non necessariamente ex insegnanti o con curriculum; poi l’Andos, l’associazione delle donne operate al seno che cercava signore disposte a raccontare la propria esperienza e a sostenere chi la sta vivendo. Da anni, il comitato di San Rocco cerca un volontario custode della chiesetta quattrocentesca.
Dallo sport alla carità, dal sociale all’educativo, di occasioni ce ne sono per tutti i gusti, eppure, di appello in appello, i gruppi di volontariato faticano a raccogliere adesioni e arrivano a bussare anche alle porte delle parrocchie. «Sono molte le associazioni o le cooperative villafranchesi che chiedono di avvisare in chiesa che si cercano volontari», spiega don Giampietro Fasani, parroco del duomo, ma soprattutto presidente di Adoa, l’associazione delle opere assistenziali della diocesi scaligera, che lavora nell’ambito della carità, della disabilità e del mondo degli anziani. «Dai gruppi che promuovono attività per i disabili a quelli che si occupano delle famiglie o dei ragazzini, e che gravitano attorno alla nostra parrocchia. Ma si rivolgono qui anche la Protezione civile e i gruppi di soccorso d’emergenza. La necessità c’è, ma si fatica a trovare volontari».
Il poco tempo che rimane dal lavoro o quello speso alla ricerca di quest’ultimo, per chi non ce l’ha, le difficoltà di far quadrare professione e famiglia nonché quelle imposte dalla crisi economica sono fattori che sembrano aver decimato l’esercito di volontari che un tempo fioriva in ogni ambito della società. Ma non è solo questione di crisi. Monitorando le diverse realtà diocesane attraverso l’Adoa, don Fasani stila una classifica di fattori che portano alla scomparsa del volontario. Il più particolare: non ci sono più i pensionati «baby». «Se per lo Stato questo fenomeno può essere positivo, per il mondo del volontariato non averne più è stato un brutto colpo», spiega don Fasani. «Erano forze giovani che garantivano la loro presenza per un tempo prolungato. Prendevano in mano strutture per molti anni, anche 15-20». A questo si aggiungono le questioni più legate all’economia: «Oggi chi è libero dal lavoro è perché l’ha perso, non per scelta, perciò ha difficoltà. I nonni, invece, una volta in pensione, si occupano dei nipoti mentre i loro genitori lavorano». Il mondo è cambiato, dunque, e poi ci si mette la burocrazia che non solo chiede forme di professionalità alte anche da parte dei volontari, ma che impone regolamenti e paletti che sconfortano chi vuole tentare l’esperienza. «Pensiamo ad associazioni come il banco alimentare che utilizza furgoni o chi impiega muletti o attrezzature: le assicurazioni lievitano se i volontari hanno una certa età». «Norme e paletti», spiega Tomas Chiaramonte, segretario generale di Adoa, «frustrano le motivazioni dei volontari, che chiedono come impegnarsi, ma poi si stancano della trafila. Viviamo una burocratizzazione del volontario e senza copertura assicurativa ormai non si fa più neppure una tombola».

Maria Vittoria Adami